Cosa chiede davvero l'ODG 2025 alle redazioni sull'AI
Le regole ODG 2025 e l'AI Act non vietano l'AI in redazione: chiedono etichette, approvazione e tracce ricostruibili. Le tre domande per testare il tuo flusso.
In breve: le regole deontologiche ODG 2025 non vietano l’AI in redazione: chiedono di dichiararla. La responsabilità resta a giornalista e direttore, e la catena delle decisioni deve poter essere ricostruita. L’AI Act aggiunge obblighi di trasparenza per i contenuti sintetici. Tre pratiche coprono l’essenziale: etichetta AI su ogni contenuto, approvazione esplicita, archivio non modificabile.
L’AI è già dentro le redazioni italiane. Riscrive comunicati, propone titoli, abbozza pezzi di cronaca. La domanda non è più se usarla: è come dichiararla, chi ne risponde, e cosa succede quando qualcuno chiede conto di un articolo.
Le nuove regole deontologiche dell’Ordine dei Giornalisti e l’AI Act europeo rispondono proprio a questo. Prima di entrare nel merito, una premessa doverosa: questo è un articolo divulgativo, non una consulenza legale. Per decisioni operative sulla vostra testata, parlate con il vostro legale e con il vostro Ordine regionale.
Non un divieto. Un obbligo di trasparenza.
Il punto più frainteso delle regole deontologiche aggiornate al 2025 è questo: non vietano l’uso dell’intelligenza artificiale nel lavoro giornalistico. Chiedono che sia dichiarato. Il lettore ha diritto di sapere se un contenuto è stato scritto da una persona, assistito da un sistema AI o generato in larga parte da una macchina. La trasparenza non è un’ammissione di colpa: è la condizione per restare credibili.
In pratica: ogni contenuto in cui l’AI ha avuto un ruolo dovrebbe portare con sé quell’informazione, in una forma che il lettore possa vedere e capire.
La responsabilità resta umana
Secondo punto, forse il più importante: l’AI non firma. La responsabilità di ciò che viene pubblicato resta in capo alle persone — al giornalista che produce il contenuto e al direttore responsabile che ne risponde. Nessuno strumento la trasferisce altrove.
Questo ha una conseguenza operativa che molte redazioni sottovalutano. Se il direttore risponde di ogni pezzo, deve poter vedere cosa approva: sapere che quel testo è arrivato via email da un ufficio stampa, che un modello lo ha riscritto, che nessuno lo ha ancora verificato. Un flusso in cui i contenuti riscritti dall’AI finiscono dritti online — o in una bozza WordPress che qualcuno pubblica senza contesto — rende quella responsabilità impossibile da esercitare. E una responsabilità che non si può esercitare, davanti a una contestazione, è il problema peggiore da avere.
Tracciabilità: poter ricostruire
Terzo pilastro: la tracciabilità. Se domani un lettore, un collegio di disciplina o un giudice chiede “chi ha lavorato su questo articolo, quando, con quali strumenti?”, la redazione deve poter ricostruire la catena. Da dove è arrivato il contenuto originale. Chi lo ha modificato. Quale modello AI è intervenuto e su cosa. Chi ha dato l’ok finale.
Il quaderno degli appunti non basta più. Serve una traccia che non si possa riscrivere a posteriori — perché una traccia modificabile, ai fini della ricostruzione, vale quanto nessuna traccia.
E l’AI Act?
Sopra le regole deontologiche nazionali c’è il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, che introduce obblighi di trasparenza per i contenuti generati o manipolati dall’AI. Per chi pubblica, i due livelli si sommano: la deontologia dice come comportarsi da giornalisti, il regolamento europeo fissa obblighi che valgono per chiunque metta in circolazione contenuti sintetici. Muoversi in regola con uno solo dei due non basta.
Le tre domande da farsi
Tutto questo si riduce a tre domande. Provate a farle sul vostro flusso attuale:
- Chi ha approvato questo contenuto? C’è un passaggio esplicito, o “approvazione” significa che qualcuno ha premuto pubblica?
- Qual è stato il contributo dell’AI? È scritto da qualche parte, o vive nella memoria di chi c’era?
- Se qualcuno lo chiede tra un anno, so ricostruirlo? Con date, persone, versioni — o solo a grandi linee?
Se anche una sola risposta è “non lo so”, il problema non è l’AI. È il flusso.
In pratica
Le redazioni che si stanno attrezzando convergono su tre pratiche: un’etichetta su ogni contenuto che dichiara il livello di contributo AI (come la mostriamo ai lettori); un passaggio di approvazione esplicito prima della pubblicazione, in capo a chi ne risponde (il flusso email-to-publish, passo per passo); un archivio non modificabile di chi ha fatto cosa, quando e con quali strumenti.
Sono le tre pratiche attorno a cui è costruito Inkstack, che è progettato per la conformità ODG 2025 e AI Act: etichette AI su ogni contenuto, publish gate con approvazione del direttore, audit trail append-only. La responsabilità editoriale resta dove deve stare — alle persone. Lo strumento serve a renderla esercitabile.
Il box che apre questo articolo è esattamente questo, in azione.