Etichette AI negli articoli: come le mostriamo ai lettori

Umano, assistito, generato: i tre livelli di etichetta AI che Inkstack mostra ai lettori su ogni articolo, dove appaiono e perché guidano l'approvazione del direttore.

In breve: Inkstack etichetta ogni contenuto con uno di tre livelli. Umano: nessun intervento AI sul testo. Assistito: bozza prodotta con l’AI, giudizio e approvazione di un redattore. Generato: contributo della macchina prevalente, validazione umana. L’etichetta è visibile al lettore accanto al titolo, guida la revisione del direttore e, una volta dichiarata, non si può modificare a posteriori.

L’AI è entrata nelle redazioni. Lo sanno i giornalisti, lo intuiscono i lettori, lo chiedono i regolatori. ODG 2025 e AI Act non dicono solo “usala con attenzione”: dicono “dillo”. La trasparenza non è più un vezzo tecnico, è un obbligo. E come ogni obbligo che riguarda la pubblicazione, vale solo se è leggibile.

In Inkstack ogni contenuto porta con sé un’etichetta che dice, senza fronzoli, che ruolo ha avuto l’AI. Ci sono tre livelli.

Umano

Il contenuto è stato scritto, concepito e curato da una persona. L’AI non ha toccato il testo, anche se può averci lavorato intorno: una ricerca, una correzione ortografica, un controllo dati. L’etichetta Umano significa che la firma editoriale è interamente di un giornalista.

È il livello più netto, e per molti pezzi rimane il default: inchieste, editoriali, cronache in cui il giudizio umano è il contenuto stesso.

Assistito

L’AI ha aiutato a produrre la bozza, ma una persona ha supervisionato, scelto, corretto e approvato. È il caso di un comunicato riscritto con il supporto di un modello, di un pezzo abbozzato su un pitch automatico, di una titolazione proposta e poi confermata. Il testo finale rispecchia il giudizio del redattore; l’AI è stata uno strumento, non l’autore.

L’etichetta Assistito è quella che userà la maggior parte dei contenuti prodotti con Inkstack. Anche questo articolo ne è un esempio.

Generato

Il testo è stato prodotto in larga parte da un sistema AI, con intervento umano limitato o finalizzato alla verifica formale. Può capitare per rubriche strutturate, avvisi automatici, riepiloghi di fonti in cui il modello compone e un redattore valida. Non significa “buttato lì”: significa che il contributo della macchina è prevalente e va dichiarato.

Questo livello merita il massimo della visibilità, perché è quello su cui il lettore ha più diritto di informarsi.

Dove appare l’etichetta

Nel flusso Inkstack l’etichetta è visibile in due posti: dentro l’app, per chi redige e approva, e sull’articolo pubblicato, per chi legge. Non è relegata in fondo a un footer grigio, nascosta tra i link legali. Appare in alto, accanto al titolo o all’inizio del testo, in un box chiaro che non si confonde con il corpo dell’articolo.

Il lettore deve capirlo al volo. Non serve un manuale.

Perché serve questa chiarezza

L’etichetta non serve a coprire la redazione, serve a mantenere il patto con il lettore. Chi legge sa cosa sta leggendo e può giudicare di conseguenza. La trasparenza non declassa un articolo: lo rende affidabile.

Da un punto di vista operativo, l’etichetta è anche un vantaggio interno. Quando il direttore apre la coda di approvazione, vede subito il livello di contributo AI e può decidere se il pezzo necessita di un controllo più stretto. L’etichetta non è solo un avviso: è un input per il flusso editoriale.

Uno standard, non un optional

Le tre etichette — Umano, Assistito, Generato — non sono etichette di marketing. Sono lo strato di trasparenza che ODG 2025 e AI Act chiedono, integrate nel publish gate di Inkstack. Il sistema non permette di pubblicare senza dichiarare il livello, e una volta dichiarato non permette di modificarlo a posteriori.

Il box che apre questo articolo è la stessa etichetta che i lettori vedranno sui vostri pezzi. Lo stesso meccanismo, la stessa chiarezza, la stessa responsabilità.